La donna che visse due volte

Titolo originale:  Vertigo

Di: Alfred Hitchcock

Visto con un ritardo di: 54 anni

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– C’è poco da dire, Hitchcock è sempre Hitchcock. Devo dirlo io che inquadrature, effetti e suspence sono vicini alla perfezione? No dai, lo sapete da soli.

– La trama della prima parte del film è un casino. Suspence, intrighi, amanti e chi più ne ha più ne metta. Poi, quando ti aspetti che la seconda metà vada man mano a spiegare tutto e a svelare la soluzione nel finale, senza preavviso un personaggio racconta per filo e per segno come stanno le cose. E tu rimani lì come una fessa a guardarti la seconda parte, pensando che è quasi totalmente un altro film, un film che racconta di un’ossessione molto umana che rende un uomo totalmente vulnerabile.

– L’impressione, una volta arrivati alla fine, è di essere stati talmente intenti a capire e seguire la trama, che forse ci vorrebbe una seconda visione per apprezzare tutto il resto e non lasciarsi sfuggire nessun dettaglio.

Perché no:

– Minuti e minuti di pedinamenti. Io capisco la necessità di creare suspence e farci conoscere le abitudini della protagonista attraverso gli occhi di chi la segue, creandovi attorno un alone di mistero. Però siccome lo specchietto retrovisore tendo ad usarlo, se un uomo in macchina mi segue per giornate intere a distanza di non più di pochi metri, non so, credo che un sospetto o due mi verrebbero.

– Ok, è un film del ’58. Però di effetti molto belli e usati bene ce ne sono, uno su tutti l’apparizione di lei nell’aura verde della luce al neon stampata sulla retina del protagonista. Era veramente necessaria la sequenza psichedelica del sogno di lui, che pare un cartone animato Disney degli anni ’60?

– Il personaggio dell’amica innamorata ha un suo senso, indubbiamente, per definire e articolare meglio il protagonista grazie ai dialoghi tra i due. Però il fine non giustifica i mezzi, e questi benedetti dialoghi non possono essere delle didascalie messe lì ad uso e consumo dello spettatore. Come dire, un minimo di dignità sarebbe gradita. Per esempio, se un amico di vecchia data che vedo quotidianamente mi chiedesse “Ma noi non siamo stati insieme quando eravamo all’università?”, credo che penserei immediatamente al coinvolgimento di Alzheimer o droga. O entrambi, chissà.

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