Zero Dark Thirty

Di: Kathryn Bigelow

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Minchia, che film. Lasciamo perdere per un attimo se sia fedele alla realtà, propagandistico, filo-americano, a sostegno della tortura. Concentriamoci solo su una cosa: minchia, che film.

– La protagonista è una donna non appartenente all’esercito. E già questo, nel contesto della CIA che dà la caccia a Osama in Pakistan, non è una cosa da poco. In più, si tratta di una donna sola. Non c’è mezzo accenno alla sua vita privata e men che meno a quella sentimentale, se non quando dice di non averne una. Tutto questo ha senza dubbio delle sfaccettature tristi, che vengono evidenziate in vari momenti e in particolare nel finale (minchia, che finale).  Ma io, in quanto fragile donna nevrotica col terrore della solitudine, non posso che ammirare una donna “qualunque” che riesce a vivere da sola in un posto e in una situazione simili. Ovviamente non si sa con certezza se il personaggio sia ispirato a una persona reale o meno, ma se lo è fatemela conoscere.

– Brava la regista che non ha messo nessuna scena di festeggiamento e di giubilo alla riuscita di una missione. Avevo appena finito di dire che hanno rotto le scatole, ma per fortuna questo non è quel tipo di film. Qui la reazione nella stanza dei bottoni è data semplicemente dal silenzio e dall’emozione della protagonista.

– In generale io ho avuto l’impressione che tutto venga raccontato senza cercare di dare dei giudizi: sia i vari attentati kamikaze, che sono ritratti in maniera delicata ma allo stesso tempo violenta e devastante, sia la determinazione degli USA nel portare avanti la loro ricerca con qualsiasi mezzo. È chiaro che non si tratta di un documentario, ma da lì a farlo passare per un film di propaganda ce ne passa. Altrimenti, a occhio e croce, un delegato governativo non direbbe esplicitamente che la CIA aveva in precedenza fatto una gran cazzata inventandosi le armi di distruzione di massa in Iraq.

– Ok, visto che in effetti occupa una bella fetta di film, parliamo di questa storia della tortura: nel film c’è ed è esplicita. Nella realtà c’è stata? Sì. È davvero servita ad ottenere informazioni importanti per la cattura di Bin Laden? Non lo possiamo sapere, ma è altamente probabile. Ammettere questa cosa e, di conseguenza, inserirla in un film sulla cattura di Bin Laden vuol dire sostenere l’uso della tortura? Non credo proprio. Ciao.

Perché no:

– Tutta l’operazione militare finale portata a termine dai SEALS è davvero girata in maniera notevole: le immagini a infrarossi, i laser dei fucili che vagano e i marine che chiamano sottovoce gli uomini che stanno cercando sono a dir poco emozionanti. Quindi non è certo un vero punto a sfavore, però io, magari perché avevo già due ore di film sulle spalle, ho avuto un calo di tensione e ho di gran lunga preferito tutto il resto del film.

– Il fatto che il personaggio principale debba farsi valere in un mondo decisamente dominato dagli uomini (e non parlo del Pakistan, parlo della CIA) è ovviamente più che plausibile. Lei che fa la dura e conquista il capo supremo con una frase veramente idiota, però, è una gran caduta di stile e un cliché piuttosto scadente.

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