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Momento introspettivo #11

Metropolitana, un giorno qualsiasi. Sale una ragazza con un piccolo amplificatore nello zaino e un microfono in mano. Inizia a cantare, e una volta terminata l’esibizione passa a chiedere monete. Gli unici a darle dei soldi siamo io e un altro tizio. Non posso fare a meno di notare che siamo anche le uniche due persone in vista con le auricolari nelle orecchie. I casi sono due: o la giovane artista non era esattamente di talento, oppure non importa quello che fai per fare breccia, importa solo in che stato d’animo è la persona che ti trovi davanti.

Momento introspettivo #10

Non ho lamentele particolari su questo 2013: è iniziato di merda, sta finendo di merda. Ma in mezzo ci sono state tante cose belle, tante decisioni di cui vado fiera e tanti progressi che ho fatto. Quindi in fondo non mi posso lamentare, appunto, la media è stata piuttosto alta.

Non faccio propositi per il nuovo anno, non li ho mai fatti. I propositi si fanno quando se ne sente il bisogno, indipendentemente dal calendario. Quindi, a prescindere dal fatto che da domani sarà gennaio, c’è qualcosa che nelle ultime settimane ho capito ancora meglio di prima e che so di voler cambiare: sono una persona che vive troppo attaccata al passato. Basta con i paragoni, basta con i pensieri dedicati quasi sempre all’assenza, basta con i rimpianti di quel che avrebbe potuto essere. Basta. Ho una difficoltà a guardare avanti che manco un miope a fari spenti nella notte. Credo per paura, o forse terrore, chissà, fatto sta che troppo spesso c’è qualcosa che mi tiene incollata a quel che ho alle spalle.

Non so se sarò in grado di cambiare. Non sono cose che si decidono a tavolino, me ne rendo conto, ma non vuol dire che non ci si possa provare. E non significa ignorare o cercare di dimenticare il passato, ma imparare a considerarlo per quello che è: qualcosa di finito. Chiuso. Kaputt. Basta.

Buon anno.

Momento introspettivo #9

Se c’è una cosa che ho imparato a costo di lacrime e sangue nell’età adulta è che alla fine uno è sempre solo, ed è da solo che deve trovare la sua serenità e il suo equilibrio, perché dipendere da qualcuno non è saggio. Purtroppo però non siamo fatti per essere anche felici, da soli, o perlomeno la stragrande maggioranza di noi fatica a esserlo appieno. Sarebbe un lusso eccessivo, e noi non vogliamo avere vita facile. Da lì derivano tutte le piroette ed evoluzioni che a tutti tocca fare per crearsi una rete di amicizie, trovare l’amore eterno, sfornare tanti bambini e così via.

Onestamente non saprei dire quale cosa sia per me più problematica e difficile, tra le due. Per non parlare di come sia possibile farle coesistere senza impazzire. Perché mi sembra quantomeno sospetto che quando credo di sentirmi davvero vicina a qualcuno io sia terrorizzata dal non riuscire più a essere forte da sola, mentre se riesco a far valere la mia indipendenza chi ho intorno tenda a prenderla sul personale.

Quindi mi scuso in anticipo con chi in futuro mi troverà sulla sua strada e penserà che io sia una donna indipendente e allo stesso tempo capace di avere delle relazioni o delle amicizie forti. Non è vero, vi sto ingannando: non sono nessuna delle due cose, ma lo scoprirete troppo tardi.

Momento introspettivo #8

Io faccio parte di quella schiera di rompicoglioni che devono raccontare i propri sogni a qualcuno per quanto insensati, inutili e decisamente poco interessanti essi siano. Oggi sono a casa in ferie e l’idea è di non vedere nessuno almeno fino all’ora di cena, quindi tocca a voi. E consolatevi, non dovete manco fare la faccia interessata che devono sfoggiare quelli che di solito se li sorbiscono di persona.

Sto cercando di cucinare al microonde una pizza surgelata, cosa apparentemente semplice e banale che invece riesco a rendere un’operazione complicata e frustrante. Sbaglio qualcosa e continuo a togliere questa benedetta pizza dal forno per cercare di sistemarla. Faccio cose come metterla in un piatto da minestra (con risultati abbastanza pietosi), spargo il condimento ovunque, mi tocca togliere roba bruciata dal fondo del forno. Insomma, combino un sacco di pasticci.

Ecco, questi sono stati per me gli ultimi mesi, che si sono conclusi con la giornata di ieri. L’obiettivo era quello di cucinare una bella pizza, una cosa che volevo e che sapevo mi avrebbe soddisfatta e fatta contenta. Invece, nonostante fossi in buona fede, ho sbagliato modi e tempi in parecchie occasioni per mancanza di capacità, per mancanza di esperienza, per mancanza di lucidità o altro, chissà. E nella realtà c’è stato anche lo zampino altrui, non sono certo l’unica cuoca negata in circolazione.

Eppure, per quanto si fosse trasformata in qualcosa di poco riconoscibile, io questa pizza continuavo a volerla e a credere di poterla riportare alla sua forma iniziale, per gustarmela con calma. Ma era tutto più complicato di quanto credessi, e mi dispiace tanto.

Momento introspettivo #7

Niente di quello che per me ha una minima rilevanza può sottrarsi a una natura altalenante. Praticamente ogni aspetto della mia vita è raffigurato da uno di quei grafici in cui l’asse che io mi figuro essere della normalità, del benessere e della soddisfazione personale viene attraversato a più riprese da un’onda che segue con regolarità un percorso perfetto e armonioso.

Anzi no, nel mio caso il percorso perfetto e armonioso mi fa il gesto dell’ombrello, e la parola “regolarità” mi suona familiare, ma non ne colgo del tutto il senso.

So solo che tutto andrà a fasi: le relazioni interpersonali, la passione per la fotografia, il mio apprezzare il mio lavoro e tutto quello che implica, la necessità di scrivere su queste pagine qualsiasi cosa mi capiti, la voglia di cambiare drasticamente qualcosa… tutto gironzola sopra e sotto l’asse in maniera del tutto imprevedibile senza che io possa sapere dove si troverà nel prossimo futuro, stazionando più del previsto nella parte superiore del grafico per poi precipitare in basso, o impennandosi da un momento all’altro quando sembrava ora di gettare la spugna.

E non è che non mi piacciano la suspence e le sorprese, sia ben chiaro. Però ecco, qualcosa di vagamente simile a una certezza, ogni tanto, sarebbe cosa gradita.

No, eh? Ok, no.

Momento introspettivo #6 (New Year’s Edition)

Ok 2011, siamo io e te, finalmente soli. Dobbiamo parlare.

Onestamente, sei stato un anno medio. Per niente male, per fortuna, ma neanche bello fino in fondo. Che poi, quando mai trovo qualcosa bello fino in fondo, io? L’eterna insoddisfazione non è forse una delle mie prerogative principali? Ma non divaghiamo, stavamo parlando di te.

Mi hai portata in giro in una serie di viaggi meritevoli, lo ammetto. Ecco, magari se si fosse potuto evitare il delirio giapponese ne avremmo guadagnato tutti, davvero. Di questo un pochino ti faccio una colpa, inutile negarlo.

Mi hai fatta allontanare, a fatica, da una persona ormai da qualche anno al mio fianco, ma so che l’hai fatto per il mio bene, perché è giusto così. Infatti, mi hai poi portata verso qualcuno che spero mi rimanga intorno a lungo, vada come vada.

Un lavoro nuovo non me l’hai procurato manco a piangere in cinese, eh. Sai benissimo che questa cosa mi ha reso la vita molto difficile, ma non mi sei sembrato per nulla intenzionato a dare una mano da questo punto di vista. Anzi, hai preparato il terreno per un 2012 ancora peggiore.

Mi hai messa più volte in situazioni complicate nel caos di relazioni interpersonali che vanno e vengono; la mia difficoltà nel capire come farle funzionare è stata palese, la mia paura di perdere quelle davvero importanti anche. Devo ringraziare di essermi trovata davanti, almeno in alcuni casi, gente che ha molto più sale in zucca di me e che ha cercato di capirmi, anziché semplicemente arrendersi e andare a cercare sostegno altrove.

Insomma i tuoi sono stati 12 mesi di cui ho molti bei ricordi, non posso negarlo. Sono grata a te che me li hai portati e alle persone che ne fanno parte. Ma ne ho anche altri molto meno belli: momenti in cui mi sono chiesta perché succedono certe cose a persone che non se lo meritano per niente o in cui mi sono trovata a pensare di dover cambiare radicalmente qualcosa.

Detto questo, io e te ormai abbiamo chiuso. Senza rancore, davvero; è andata come doveva andare. Ora cerchiamo di farla andare anche meglio.

Momento introspettivo #5

C’è che quando in pochi giorni ti senti dire da persone diverse che sembri più solare e più forte del solito, qualche domanda te la poni. E dato che, come sapevi fin dall’inizio, tutte le risposte che trovi indicano che questi cambiamenti derivano da un fattore esterno e non sono merito tuo, poi passi ad altre domande. Queste in realtà rispondono più al nome di seghe mentali che di domande, ma tant’è. E recitano più o meno così: ma è mai possibile che tu debba sempre avere bisogno di un fattore esterno per stare davvero bene? L’obiettivo di tutti non dovrebbe essere innanzitutto quello di stare bene da soli? Non sei capace di essere forte e solare contando solo su te stessa?

Ecco, non so cosa questo comporti, ma la risposta a quest’ultima domanda è “Non credo”.

Che poi è capitato anche che mi dicessero che sembravo incazzata, in questi giorni, ma quello è la norma. Quello mica mi fa sorgere nessuna domanda.

Momento introspettivo #4

Si dice che la storia si ripete, ma non può limitarsi a ripetere i grandi eventi storici? Perché occuparsi delle nostre storie, microscopiche e insignificanti? A chi interessa che si ripetano? Chi vuole rivedere lo stesso film, che già ha trovato scadente la prima volta? Chi vuole ritrovarsi, nelle stesse circostanze, a sbagliare di nuovo?

Corsi e ricorsi, andate a impicciarvi dei cazzi altrui da qualche altra parte. Sciò.

Momento introspettivo #3

Adesso ti metti lì e scrivi qualcosa. Qualcosa di serio, cazzo. Non è possibile che ci pensi da giorni senza riuscire a metter giù due parole. Cerca in qualche modo di mettere ordine.

Magari puoi dire di come venire avvisata che è successa una cosa molto brutta a un amico mentre sei alla festa di matrimonio di un’amica è paradossale. Da una parte vuoi essere felice e festeggiare con chi sta condividendo con te uno dei momenti più importanti della sua vita. Dall’altra vuoi stare in un angolo e piangere e pensare a quello che ti hanno detto.

Oppure puoi scrivere di come ti sia sentita in colpa per essere riuscita alla fine a divertirti, al matrimonio. Di come appena ti ritrovavi un minuto da sola la tua mente macinava bruttissimi pensieri, ma in fondo la festa è riuscita a tenerla occupata per quasi tutto il giorno. E di come hai pensato che se ti avessero dato la stessa notizia riguardante altre persone, magari più vicine a te e non perse di vista da qualche anno, non saresti riuscita a mettere da parte i pensieri fino a sera, assolutamente. Di come questo, di pensiero, non te lo sei levato dalla testa per giorni.

Di come ti faccia sentire in colpa anche l’essere consapevole che tu rimani quella di sempre. Quella che sta male per cose che non sono importanti, quella che si incazza per cose che non sono importanti, quella che si agita per cose che non sono importanti. Anche di fronte a cose che dovrebbero farti ridimensionare tutto il resto.

Puoi pure scrivere che anche se questo amico l’hai perso di vista da qualche anno, hai tanti ricordi legati a lui, tutti belli e divertenti. Ed è una persona forte. Che dio non serve in questa storia, che ce la farà da solo, perché è una persona che sa godersi la vita come pochissime altre e che sa vivere davvero, non gli basta tirare avanti come alla maggior parte di noi. Che è uno che hai sempre ammirato per le scelte di vita che ha fatto e per la capacità di fare davvero quello che vuole, nonostante tutto. Che è uno che scrive benissimo e magari lui al posto tuo scriverebbe qualcosa di strabiliante e commovente, lui ce la farebbe.

Oppure puoi piantarla di scrivere banalità e scendere a patti col fatto che non ci riesci, a scrivere qualcosa di serio e di sensato su questa cosa. E forse non ha neanche senso provarci. Che un blog l’hai aperto apposta per scrivere i tuoi pensieri, che siano divertenti o deprimenti, ma questa cosa è più grossa di te. Da qualunque parte provi ad affrontarla, non riesci a venirne a capo e non riesci a mettere in ordine quel che ti passa per la testa, a farne qualcosa.

E quindi è meglio lasciar perdere, meglio affrontarla a testa bassa, a dita incrociate, d’istinto, senza girarci troppo intorno, senza cercare di dipanare nessuna matassa perché tanto non c’è nessuna risposta, da nessuna parte.

(#1, #2)