Il nome del figlio

Di: Francesca Archibugi

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Una commedia italiana basata su una commedia francese… diciamo che non è certo un film che mi sarei scelta se non ne avessi letto piuttosto bene in passato. E infatti si è rivelato guardabilissimo e addirittura carino.

– Sicuramente i personaggi sono stereotipati, ma allo stesso tempo sono credibili e ben articolati. Anche il contesto, una cena tra amici di vecchia data che si trasforma in un’occasione per tirare fuori tutte le amarezze e le critiche che non si sono mai detti, passa in modo molto saggio dall’essere una prospettiva assolutamente normale al rappresentare un incubo vero e proprio.

– La dipendenza dalla tecnologia è incarnata da un commensale costantemente impegnato a scrivere su Twitter: io credo di non essere a questi livelli, ma forse in passato ci sono andata vicina. In ogni caso, il fastidio che ho provato verso questo personaggio è sintomatico della saturazione che ho raggiunto da questo punto di vista, cosa che credo stia giustamente succedendo a molte persone.

Perché no:

– I flashback della gioventù dei protagonisti sono sicuramente funzionali, danno maggiore contesto e giustificano il presente. Però che posso dire… mi sono sembrati la parte meno azzeccata, e li ho trovati un elemento di disturbo che spezzava eccessivamente il ritmo della storia principale.

– Anche io ho amici di vecchissima data con cui mi è capitato millenni fa di cantare immotivatamente canzoni in allegria (ricordo ancora con imbarazzo una “Come mai” degli 883 sbucata fuori dal nulla in un capodanno sotto la neve e cantata da tutti a squarciagola senza sapere perché). Ne vado fiera? No, ma sono comunque dei ricordi a cui penso con tenerezza. Vent’anni dopo, a una cena con gli stessi amici, mi metterei sull’onda della tenerezza a cantare e ballare la stessa canzone allo stesso modo, senza motivo? No, no, e ancora no. Che pena.

Irrational Man

Di: Woody Allen

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– L’ho rifatto, sono andata al cinema per capodanno. Trovatemi qualcuno che mi ci porti tutti gli anni perché non voglio mai più passare la mezzanotte dell’ultimo dell’anno fuori da una sala cinematografica.

– La storia alla base del film non è per niente male, il concetto dell’uomo che ha perso la voglia di vivere e affonda in un mare di apatia finché non trova uno scopo nella vita è reso originale dal fatto che questo scopo è sicuramente inaspettato e tutt’altro che banale. Non basta l’amore per la gnocca di turno, non basta la realizzazione lavorativa. Qui l’insoddisfazione è molto più profonda e, di conseguenza, anche per uscirne serve uno stimolo esagerato.

– Senza parlare nel dettaglio di quale sia lo scopo che trova il protagonista, possiamo dire che le questioni etiche che solleva si armonizzano perfettamente con il suo ruolo di professore di filosofia, che qui ci sta come il cacio sui maccheroni anche se personalmente l’ho sempre trovata una materia insulsa (cosa insolita direi, per una che si ammazza di seghe mentali).

– La colonna sonora è fuori dalle mie corde ma azzeccata e davvero piacevole. Accompagna i bei paesaggi sull’oceano in maniera semplicemente perfetta.

Perché no:

– Non sono a priori contro Woody Allen che fa film seri, ma in questo caso ho trovato i dialoghi di un piattume che non mi sarei aspettata. Manca la verve che caratterizza Woody, la vivacità che non deve essere per forza comica ma che con un Allen più in forma rende sicuramente tutto più intenso.

– Non si capisce bene che piega debba prendere la storia. Non è un thriller, non è una storia romantica, non è di fatto niente di specifico. Con dei dialoghi più azzeccati questo problema sarebbe stato assolutamente sorvolabile, ma visto che quelli non mi hanno soddisfatta avrei avuto bisogno di altre motivazioni per farmi assorbire da una storia che invece ho seguito con molto distacco.

– Da anni ormai il mio avatar su Skype è la faccina di una bambolina coi capelli rossi e gli occhioni blu (uniche cose che ci accomunano, e vedere il mio naso vi basterebbe per capire cosa intendo). Dopo aver visto questo film, credo che dovrò cambiare umilmente avatar e passare lo scettro a Emma Stone, per ragioni più che evidenti. Emma, fai pure. Mi consolo col fatto che hai una carnagione da morto vivente pure tu quindi la prossima volta che qualcuno mi rompe le palle in proposito mostrerò direttamente una tua foto.

dittico

Nel migliore spirito natalizio

You’re a bum
You’re a punk
You’re an old slut on junk
Lying there almost dead on a drip in that bed
You scumbag, you maggot
You cheap lousy faggot
Happy Christmas your arse
I pray God it’s our last

Immagine

Io in stazione alle 8 di mattina

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(via Catastrofe)

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza

Titolo originale: En duva satt på en gren och funderade på tillvaron

Di: Roy Andersson

Visto con un ritardo di: 1 anno

In: Italiano

IMDb

Perché sì:

– Gli ingredienti c’erano tutti: il regista nordico, un titolo geniale, la comicità mischiata alla tristezza. Diciamo che non è andata come speravo.

– Se si riesce a stare svegli per tutto il film, alcune “ironie” sulle conversazioni futili di ogni giorno sono piuttosto azzeccate e ci sono degli spunti interessanti sulla tristezza e la crudeltà della società moderna. Come si suol dire, si prende quel che passa il convento.

Perché no:

–  Ironia è una parola grossa, in questo caso enorme. Forse la comicità nordica non è troppo nelle mie corde, ma è evidente che questa voleva essere una commedia amara e io ho riscontrato solo il lato amaro del tutto. Tra uno sbadiglio e l’altro.

– Sembra che la parola più usata per descrivere questo film sia “surreale”. Mi sta benissimo, ma mi sta meno bene che venga usata per far passare per interessante una cosa noiosa, noiosa, e ancora noiosa.

– Ho avuto l’impressione di guardare quei programmi orribili che Italia 1 propina all’ora di cena, con una serie di scenette con interpreti e scenari diversi, montate senza alcun collegamento tra loro. Lo sforzo di far ridere era praticamente lo stesso, così come purtroppo il risultato.

Si alza il vento

Titolo originale: Kaze Tachinu

Di: Hayao Miyazaki

Visto con un ritardo di: 2 anni

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Un film dello Studio Ghibli con la regia di Miyazaki sta a un film dello Studio Ghibli senza la regia di Miyazaki come Beethoven sta a Giovanni Allevi. In precedenza, sugli ultimi due film dello Studio Ghibli che ho visto, ho scritto che volevo la fantasia sfrenata e che il troppo realismo era una pecca. Mi sbagliavo. Qui l’unica componente davvero fantastica è quella onirica, in cui tutto è soffice e elastico, anche le bombe e le ali degli aerei. Per il resto si parla di amore, di guerra e di ambizioni personali, il tutto con i piedi ben saldi per terra. Nonostante la mancanza di creature fantastiche e componenti magiche, la noia rimane alla larga.

– La poesia e la magia sono presenti, solo che non sono nei temi ma nel modo in cui il regista rappresenta qualcosa di altrimenti invisibile. Il concetto del volo viene reso grafico e quasi tangibile, l’orrore del terremoto viene comunicato (benissimo, fidatevi) non solo dalle immagini ma dal suono inquietante che gli viene attribuito.

– L’amore. Solitamente nei film di Miyazaki esiste come concetto, ma è sempre qualcosa di diverso dalle canoniche storie d’amore a cui siamo abituati a pensare. Qui invece un uomo e una donna si conoscono, si riincontrano, si piacciono, si innamorano, e così via. C’è addirittura una velatissima allusione a – udite udite – il sesso. Non è nient’altro che un lasciar pensare, ovvio, ma c’è. E sono proprio contenta che questa cosa di vedere con l’occhio di Miyazaki la vita di un uomo e di una donna normali nell’arco di svariati anni ci sia stata concessa, prima che il buon Hayao andasse in pensione.

– Sarò di parte perché il fascino del Giappone lo subisco da tempo immemore, ma come si fa a vedere questo film e a non volersi ritrovare a Tokyo negli anni ’20-’30, io mi chiedo? Le scene del matrimonio tradizionale sono una delle cose più belle che si possa immaginare.

Perché no:

– Io ho avuto seri problemi per almeno tutta la prima parte del film a mettere a fuoco il passare del tempo e l’eta dei personaggi. I salti temporali non sono chiaramente indicati, sicuramente per scelta, e devo ammettere che il fatto che i faccioni dei cartoni animati giapponesi siano sempre uguali non mi ha aiutata.

– Non conosco il giapponese ma leggo che il linguaggio di quegli anni era ricco di formalismi anche all’interno della stessa famiglia, e che nel film hanno cercato di riprodurre fedelmente questa cosa. Credo che però la traduzione e l’adattamento in italiano si sforzino troppo di ricreare questo aspetto non per forza applicabile alla nostra lingua, ottenendo come risultato un linguaggio molto strano e innaturale in gran parte del film. La prossima volta sottotitoli, e via andare, perché sentire i personaggi parlare come dei rimbambiti in un film così bello fa male al cuore.

Un mercoledì pomeriggio da freelance

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Le immagini delle serate, dei weekend e delle vacanze passate a lavorare non sono pervenute.

Nick Cave – 20.000 days on Earth

Titolo originale: 20.000 days on Earth

Di: Iain Forsyth, Jane Pollard

Visto con un ritardo di: 1 anno

In: inglese

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Perché sì:

– È un film? È un documentario? Chi siamo noi comuni mortali per saperlo. Nick Cave cerca di farci credere che conduce una vita normale e regolare. “Mangio, scrivo, gioco coi miei figli”. Forse non è più il folle eroinomane che era anni fa, ma lui e la normalità saranno sempre due cose che non hanno molto in comune, e la cosa è evidente anche in questo che non è né un film né un documentario, ma allo stesso tempo è un po’ entrambi.

– Ricordo al suo concerto di avere pensato che sia alquanto strano come un uomo oggettivamente brutto riesca a emanare un fascino piuttosto forte. Alcuni lo subiscono più di altri, forse, ma il magnetismo è innegabile. Credo che sentendolo parlare di come vive i live e di quello che cerca nelle sue esibizioni si capisca un po’ meglio da dove viene tutto questo. Sempre brutto rimani, Nick, ma tanto di cappello.

– A me lui che sale in macchina e spegne immediatamente la radio appena sente Can’t get you out of my head di Kylie Minogue ha fatto ridere tantissimo, perché è una scena che ha un sottotesto tutto suo. Che mattacchione.

Perché no:

– Si tratta di una visione piuttosto interessante (anche se non imperdibile, dal mio punto di vista) se già si è caduti nel vortice della sua musica, delle sue canzoni, del suo filosofeggiare e della sua perenne inquietudine. Ma si parte dal presupposto che chi guarda sappia già molto di Cave, quindi chiunque non conosca un po’ il suo mondo si troverà probabilmente a chiedersi cosa caspita sta guardando, e perché sta sorbendosi dei gran monologhi introspettivi di un tizio con la faccia sempre incazzata e dei gran dialoghi con gente che non viene nemmeno identificata con una scritta in sovrimpressione.

– Il fatto che Nick Cave abbia degli archivisti che si occupano delle sue foto e dei suoi scritti la dice lunga sulla considerazione che ha di sé stesso e di quello che produce. Immagino che la parte “documentaristica” volesse essere rappresentata proprio dalla visita all’archivio, dove in tutta velocità si parte dall’infanzia e si arriva ai successi musicali. Ma sorbirsi racconti senza capo né coda guardando foto e oggetti a caso come quando fai visita ai nonni non equivale a fare un documentario.

UPDATE: mi dicono che l’archivio non esiste ed è solo una trovata per il film. Meno male perché l’avevo trovata una cosa veramente esagerata pure per il soggetto in questione.

Mettetela in cuffia e andate in palestra ad ammazzarvi di esercizi. Fidatevi.

“Hey girls, hey boys, superstar DJs, here we go!”

 

Silver lining

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Trovare il lato positivo delle cose non è mai stato il mio forte. Quando si tratta di trovare quello negativo, invece, solitamente non ho rivali. Ma anche per i professionisti del pessimismo come me è evidente che un compleanno non proprio dei migliori, con la testa piena di pensieri scuri, può comunque farti sentire fortunata per il fatto di avere degli amici pronti a tenerti compagnia e ad ascoltarti. Dici niente.

Come dicono in inglese, ogni nuvola ha un contorno d’argento.

(Lo so, la devo smettere di fare riferimento alle espressioni inglesi. La prossima volta vedrò di farmi venire in mente un modo di dire in dialetto brianzolo, per compensare.)