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Porto e dintorni

Con mostruoso ritardo, vi presento la mia visione di Porto e alcune cittadine nei dintorni. Le ultime due foto dimostrano quanto prendersi secchiate di pioggia in vacanza a volte possa anche avere dei lati positivi.

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E poi ti trovi a chiederti quando sia stata l’ultima volta che hai avvistato un apriscatole in casa

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“Non mi piace la fotografia, trovo che dipenda troppo dal caso”

Quando mi hanno detto questa frase ci sono rimasta un po’ male, e lì per lì ho pensato che fosse l’opinione di qualcuno che conosce poco l’arte in questione. Poi però ho capito che non è del tutto così. Perché per alcuni tipi di fotografia effettivamente non basta avere talento (cosa che non credo di avere) o essere tecnicamente preparatissimi (cosa che di certo non sono). Ci vuole anche qualcosa che faccia alzare lo sguardo alla persona giusta nel momento giusto, che faccia sì che sullo sfondo non passi niente o nessuno che stoni col resto, che faccia girare al largo quelli che in un luogo affollato ti passano davanti all’obiettivo. Il rendere un interesse più difficile da concretizzare, però, l’abbassare le probabilità di riuscita e alzare quelle di frustrazione, fa sì che di tanto in tanto, quando il caso decide di collaborare, io mi ricordi perché continuo a scattare.

The Artist

Di: Michel Hazanavicius

Visto con un ritardo di: meno di un anno

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Potrebbe sembrare che l’aver fatto un film muto in bianco e nero sia metà dell’opera, nel senso che una trovata del genere attira ovviamente l’attenzione anche solo per la sua originalità. Io credo che non sia una scelta così semplice od opportunistica, e che il rischio di creare qualcosa di inguardabile fosse parecchio alto. Invece il film riesce a richiamare elegantemente un genere dimenticato e a ridargli dignità. Inoltre, l’uso del suono unicamente in due momenti del film è molto incisivo, soprattutto se paragonato alle musiche che fanno da sottofondo a tutte le altre parti.

– C’è simbolismo in ogni dove. Ci sono accenni, dritte, suggerimenti. È un simbolismo semplice da identificare, senza pretese di nessun tipo, usato esplicitamente per aiutare a percepire le sensazioni e le atmosfere senza che la parola sia coinvolta.

– Diverse scene colpiscono per il forte senso estetico o per le geometrie che vengono esaltate, complice il bianco e nero. Elenco brutale di quelle che mi vengono in mente al momento: la protagonista che amoreggia col frac, il protagonista che beve sullo specchio, le scale dove si scambiano il numero di telefono viste da lontano, le sedie dell’intervista al ristorante.

– Voglio tutti i vestiti della protagonista. Tutti, ho detto.

Perché no:

– Forse è solo la mancanza di abitudine al muto, ma in alcune parti la recitazione dà l’impressione di essere un po’ troppo calcata, di dar vita a un caricatura più che a una descrizione realistica.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati***  Non ho colto che lui fosse straniero fino alla battuta finale. Il nome non era un indizio sufficiente, ma forse questa poca chiarezza era voluta. A dirla tutta, questo dettaglio rende tutto il resto della vicenda un po’ meno drammatico, quasi comico. La storia avrebbe funzionato anche reggendosi sul fatto che lui venisse semplicemente considerato a fine carriera perché inadatto al suono.

Where do we go? Where do we go now?

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Oggi sono arrivata a una conclusione…

… colui che ha pensato di unire in un solo oggetto telefono cellulare e macchina fotografica è un fottuto genio.

 

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Vista la mia abilità con le piante, le do 12 ore ad andar bene

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Me lo ricordo ancora quando era piccolo così

Spinotto, dopo qualcosa come 4 anni al mio fianco in ufficio, ha saputo cogliere appieno e rappresentare perfettamente il mio stato d’animo quotidiano in questo periodo lavorativo.

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4 piani di museo che, francamente, bah… e poi, all’improvviso, delle finestre

 

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La Scalinata Potemkin è una cagata pazzesca

Non  è vero, ha il suo perché.

(Ciao BR, come va? Hai visto che te l’ho fatta, la foto? :) )