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Fare le vacanze a settembre, in una semplice vignetta

tumblr_ncitr4zwBK1rq1pj8o1_500Prima penso a tornare non-obesa, poi magari un giorno metto anche a posto le foto. Volevo ringraziare i pasteis de nata e la pasticceria portoghese in generale, i vagoni di uova che si sono sacrificati per nutrirmi nella mia settimana a Porto sotto forma di crema pasticcera arancio fosforescente, le sardine e i baccalà che mi sono saltati di loro spontanea volontà nel piatto, il vino Porto invecchiato di 40 anni che è stata un’esperienza quasi mistica, e le onnipresenti salite e discese che non sono bastate a non farmi ingrassare ma sono bastate a farmi venire i polpacci di Karl-Heinz Rummenigge.

Cose da tenere a mente #18

Se non è disordine alimentare cenare con pizzoccheri e sushi, non so cosa lo sia. Non giudicatemi.

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The day after

Saturday night

A giudicare dai resti del mio sabato sera in casa da sola forse la mia vita non è poi così diversa da quella del vecchio Charlie…

(non è sempre così, giuro)

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Quando, esattamente, mi sono trasformata in Nonna Papera?

Nonna Papera

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Tenere braccia e mente occupate

Impasto Biscotti

Momento introspettivo #8

Io faccio parte di quella schiera di rompicoglioni che devono raccontare i propri sogni a qualcuno per quanto insensati, inutili e decisamente poco interessanti essi siano. Oggi sono a casa in ferie e l’idea è di non vedere nessuno almeno fino all’ora di cena, quindi tocca a voi. E consolatevi, non dovete manco fare la faccia interessata che devono sfoggiare quelli che di solito se li sorbiscono di persona.

Sto cercando di cucinare al microonde una pizza surgelata, cosa apparentemente semplice e banale che invece riesco a rendere un’operazione complicata e frustrante. Sbaglio qualcosa e continuo a togliere questa benedetta pizza dal forno per cercare di sistemarla. Faccio cose come metterla in un piatto da minestra (con risultati abbastanza pietosi), spargo il condimento ovunque, mi tocca togliere roba bruciata dal fondo del forno. Insomma, combino un sacco di pasticci.

Ecco, questi sono stati per me gli ultimi mesi, che si sono conclusi con la giornata di ieri. L’obiettivo era quello di cucinare una bella pizza, una cosa che volevo e che sapevo mi avrebbe soddisfatta e fatta contenta. Invece, nonostante fossi in buona fede, ho sbagliato modi e tempi in parecchie occasioni per mancanza di capacità, per mancanza di esperienza, per mancanza di lucidità o altro, chissà. E nella realtà c’è stato anche lo zampino altrui, non sono certo l’unica cuoca negata in circolazione.

Eppure, per quanto si fosse trasformata in qualcosa di poco riconoscibile, io questa pizza continuavo a volerla e a credere di poterla riportare alla sua forma iniziale, per gustarmela con calma. Ma era tutto più complicato di quanto credessi, e mi dispiace tanto.

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A fondue with a view

Non ho scritto niente in occasione del primo compleanno del blog a luglio, però questo è il post numero 200 e ci tenevo a dirlo. Come nel caso del primo giro di boa, tra l’altro, lo scrivo dalla terra del cioccolato e delle macchine ribassate, e in buona compagnia.

Non scrivo su Trasferelli spesso quanto vorrei, per vari motivi, e non pubblicizzo molto in giro l’esistenza di queste pagine, anzi. Quindi ringrazio chi nonostante tutto ogni tanto passa il suo tempo qui, e mi sembra doveroso farlo così.

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Area ristoro

Se la mia vita in ufficio rispecchiasse quello che si trova nella sala break, sarei una donna più felice. Invece olio di ricino e una manciata di prugne secche sarebbero una rappresentazione più fedele della realtà.

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Questa mia deriva salutista mi preoccupa non poco

Sulla mia scrivania non si vede un pacchetto di Fonzies da settimane. Fate loro sapere che le penso tanto.

Jiro e l’arte del suchi (Jiro Dreams of Sushi)

Di: David Gelb

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: giapponese (sottotitolato, manco a dirlo)

IMDb

Perché sì:

– Vedere un simpatico chef ottantacinquenne che crede nell’arte del sushi come in un dio è qualcosa di commovente. Per questo motivo spero vivamente che non gli capiti mai di mangiare ai ristoranti “all you can eat” di sushi gestiti da cinesi che pullulano a Milano. Non la prenderebbe bene.

– Non è solo una questione di sushi, ovviamente. Si tratta di cultura e mentalità giapponese, di dedizione, di voler fare qualcosa raggiungendo la perfezione. Personalmente, per quanto il Giappone eserciti su di me un fascino gigantesco, la filosofia di vita dei protagonisti che scelgono di votarsi interamente al lavoro è una cosa che sento estremamente lontana. Però il documentario illustra bene questo approccio molto nipponico alla vita, evidenziando che dietro al successo e ai riconoscimenti ci sono fatica, sacrificio e rinunce. Il tutto sembra quasi avere un’aria poetica e dolce, mista però giustamente a una tristezza di fondo che a tratti viene a galla.

– Non ci vuole molto a leggere tra le righe anche una descrizione dell’idea di famiglia giapponese, e ne viene fuori qualcosa di rigido, maschilista e antiquato. Se questa sia la norma in Giappone non lo so, ma il documentario si limita a descrivere e far parlare i protagonisti, e lo fa molto bene. Il peso del padre, delle sue scelte e delle sue decisioni sulla vita dei figli è evidente. Il suo racconto, fatto sorridendo, di come abbia sempre messo il lavoro davanti alla famiglia lascia allibiti. Nonostante questo, però, non sono riuscita a non farmi piacere quest’uomo così brillante e umile allo stesso tempo.

– “Prima massaggiavamo il polipo per mezz’ora prima di servirlo. Ma non ero soddisfatto, sapevo di poter migliorare ancora di più il risultato finale, così ora lo massaggiamo per 50 minuti”… signore e signori, questo è il Giappone, e io lo adoro.

Perché no:

– Una cosa mi verrebbe da chiedere a Jiro, se lo incontrassi: sua moglie dov’era, quando il documentario è stato girato? Ha scelto lei di non comparire e di non essere praticamente nominata se non molto di sfuggita, o gli uomini della famiglia pensano davvero che lei non abbia contribuito in nessun modo al loro successo?

– Jiro, ora che ci penso, un’altra cosa. Non mi frustare, so di essere semplicemente una povera sprovveduta occidentale, ma a me il sushi piace con l’avocado. Com’è che in più di un’ora di documentario non si è vista neanche l’ombra di un avocado? Eh?

– La nostalgia di Tokyo che mi è venuta dopo questa ora abbondante di film credo mi basterà per qualche anno. Presto, portatemi ad affogare la tristezza in un all you can eat di sushi. E che ci sia avocado in abbondanza.