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Lezioni di geometria

Stanley, Stanleyuccio, non è che saresti stato capace anche di rassettare e ordinare al millimetro i pensieri nello stesso modo in cui facevi con le immagini? Perché mi avrebbe fatto comodo sapere come inculcare un po’ di rigorosa geometria nella capoccia (al momento lì dentro è tutto sparso alla rinfusa, col risultato che inciampo continuamente). In caso tu abbia suggerimenti, un’apparizione in sogno o simili andrà più che bene.

PS: Questo video è di una bellezza ipnotica, e lo guarderei in loop per ore.

2001: odissea nello spazio

Titolo originale:  2001: A Space Odyssey

Di: Stanley Kubrick

(Ri)visto con un ritardo di: 45 anni

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Ora ho capito a cosa si sono ispirati per i silenzi e i battiti cardiaci (nonché la musica classica) dei primi episodi di Alien: alle lunghissime scene in cui non c’è un suono al di fuori del respiro dell’astronauta e ai silenzi prolungati e inquietanti che qui riescono a fare molto più di quanto avrebbero fatto mille rumori o musiche.

– Basta pensare che questo film è del 1968 per capire molto bene perché Kubrick viene considerato un genio: la visione fantascientifica che non fa per niente rimpiangere i film attuali. In più c’è un uso delle geometrie fenomenale, cosa che a me fa sempre andare in brodo di giuggiole.

– La tecnologia, il suo uso, l’evoluzione, il dominio sulle altre specie, bla bla bla. Ci sono 45 anni di analisi su queste cose, non c’è bisogno che le scriva io qui. Però sicuramente ho apprezzato le modalità narrative: il messaggio è allo stesso tempo profondo e chiaro, nonostante venga fatto passare in maniera poco ortodossa.

Perché no:

– Un professore che fa vedere questo film ai suoi alunni delle medie è un genio che tenta di allargare le vedute di menti ancora acerbe o un pazzo che butta via 2 ore e mezza della vita di un’intera classe? Per quanto mi riguarda, a 12 anni di tutto il film mi era rimasto impresso poco più dell’immagine di una scimmia che agita un osso. Probabilmente ci sono molti altri film intelligenti e stimolanti da far vedere a dei brufoli ambulanti, con qualche risultato in più.

– È vero, poco sopra ho scritto che il messaggio è facile e comprensibile, però devo fare una postilla: lo è fino a circa tre quarti del film. Poi inizia il trip di laser colorati in stile Gardaland e da lì tutto per me diventa più criptico, nonché un po’ palloso. Non mi fraintendete, la camera da letto futuristica arredata alla Luigi XIV con in mezzo una navicella spaziale è qualcosa che al Salone del Mobile si possono solo sognare, ma devo ammettere che, interior design a parte, ero un po’ perplessa.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati*** HAL ha il controllo delle capsule, giusto? Evidentemente sì, visto che uccide il primo astronauta giocandoci a pallavolo con i braccini meccanici. C’è una cosa che non mi è chiara, allora: perché permette al protagonista di rientrare, e non usa la capsula contro di lui? Mi sembra che si faccia fregare un po’ troppo facilmente, per essere uno dall’intelligenza veramente perfida e con il controllo su tutte le singole parti dell’astronave.

Cesare deve morire

Di: Paolo e Vittorio Taviani

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– L’idea di seguire la nascita di una rappresentazione teatrale fatta dai carcerati è molto bella, e lo è ancora di più quella di scegliere attori non professionisti che nella vita reale sono effettivamente in carcere. Manco a dirlo, non è che ci siano esattamente prestazioni da Oscar… ma dopotutto è qualcosa che rende il film ancora più apprezzabile dal punto di vista umano. E poi sapere che ora ci sono un buon numero di ergastolani che conoscono a menadito il Giulio Cesare mi piace, oltre a farmi pensare che forse sia ora che lo legga pure io.

– La scelta di Shakespeare è coraggiosa e l’adattamento è fatto in maniera intelligente e apprezzabile: le prove “ufficiali” e i momenti in cui i detenuti provano tra di loro vengono utilizzati come narrazione, in modo che sia il Giulio Cesare stesso, e non la sua preparazione, a costituire il film.

Perché no:

– Per gran parte della durata del film i detenuti impersonano qualcun altro, e anche negli scenari della loro vita quotidiana (l’ora d’aria, per esempio) recitano e provano scene della tragedia. Ci sono poi poche occasioni in cui invece possiamo vedere degli scorci dei loro veri rapporti interpersonali e delle loro personalità. Purtroppo questi si limitano a rari dialoghi molto poco contestualizzati, che francamente non riescono a comunicare quello che probabilmente vorrebbero. Rimane il senso di qualcosa che ci è sfuggito, di suggerimenti che non abbiamo colto, ma non certo per colpa nostra.

– Ho capito, ‘sti Taviani Bros hanno cinquecento anni e parecchi film alle spalle, ma io non ne ho mai visto uno. Qui qualche scena è davvero apprezzabile a livello estetico, soprattutto grazie al bianco e nero adatto agli scenari aperti e vuoti e alle molte geometrie squadrate. Ecco, per me i meriti della regia finiscono un po’ lì.

– La frase conclusiva pronunciata da un detenuto non solo è inutile, ma va a rovinare un momento topico descrivendo in maniera ridondante quello che si percepisce già a sufficienza grazie alle azioni e alle inquadrature. Che poi, io mi chiedo, questo far percepire le emozioni e sensazioni dei protagonisti senza doverle spiegare didascalicamente con le parole non è proprio quello che un regista si dovrebbe augurare?

Moonrise Kingdom

Di: Wes Anderson

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Quando vedo un film di Wes Anderson mi viene in mente sempre la stessa parola: hipster. Ho scoperto che c’è anche un Tumblr a riguardo! Il bello di questo regista, però, è che riesce a farmi mettere da parte i miei pregiudizi modaioli con le sue geometrie, le sue immagini pulite e ordinate, i suoi personaggi strampalati, le sue telecamere che si muovono attorno agli attori immobili e le sue atmosfere anni ’60.

– Edward Norton che fa il fesso a capo del gruppo di boy scout d’America è decisamente esilarante. Di Bill Murray non sto neanche a parlare dato che con Anderson fa coppia fissa da anni, e un motivo ci sarà. Ma ci sono anche altri nomi non da poco che si lasciano alle spalle i loro personaggi tipici e lo fanno alla grande.

– C’è questa specie di narratore che sembra un nano da giardino e che appare saltuariamente dando informazioni didascaliche sui luoghi del film o sulle condizioni atmosferiche, rompendo il ritmo della narrazione in modo decisamente azzeccato. Io dico solo che me lo metterei in casa.

Perché no:

– La trama alla lunga mi ha un po’ annoiata, lo ammetto. Dopo l’ennesima fuga dei ragazzini ho cominciato a interessarmi sempre meno al loro destino, e alcune svolte un po’ irreali hanno contribuito a un calo del mio entusiasmo. Ciò non toglie che il piacere di guardare sia rimasto… nonostante io mi sforzi di mantenere vivi i miei pregiudizi su certe mode, questo hipster sa il fatto suo.

The Artist

Di: Michel Hazanavicius

Visto con un ritardo di: meno di un anno

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Potrebbe sembrare che l’aver fatto un film muto in bianco e nero sia metà dell’opera, nel senso che una trovata del genere attira ovviamente l’attenzione anche solo per la sua originalità. Io credo che non sia una scelta così semplice od opportunistica, e che il rischio di creare qualcosa di inguardabile fosse parecchio alto. Invece il film riesce a richiamare elegantemente un genere dimenticato e a ridargli dignità. Inoltre, l’uso del suono unicamente in due momenti del film è molto incisivo, soprattutto se paragonato alle musiche che fanno da sottofondo a tutte le altre parti.

– C’è simbolismo in ogni dove. Ci sono accenni, dritte, suggerimenti. È un simbolismo semplice da identificare, senza pretese di nessun tipo, usato esplicitamente per aiutare a percepire le sensazioni e le atmosfere senza che la parola sia coinvolta.

– Diverse scene colpiscono per il forte senso estetico o per le geometrie che vengono esaltate, complice il bianco e nero. Elenco brutale di quelle che mi vengono in mente al momento: la protagonista che amoreggia col frac, il protagonista che beve sullo specchio, le scale dove si scambiano il numero di telefono viste da lontano, le sedie dell’intervista al ristorante.

– Voglio tutti i vestiti della protagonista. Tutti, ho detto.

Perché no:

– Forse è solo la mancanza di abitudine al muto, ma in alcune parti la recitazione dà l’impressione di essere un po’ troppo calcata, di dar vita a un caricatura più che a una descrizione realistica.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati***  Non ho colto che lui fosse straniero fino alla battuta finale. Il nome non era un indizio sufficiente, ma forse questa poca chiarezza era voluta. A dirla tutta, questo dettaglio rende tutto il resto della vicenda un po’ meno drammatico, quasi comico. La storia avrebbe funzionato anche reggendosi sul fatto che lui venisse semplicemente considerato a fine carriera perché inadatto al suono.