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La migliore offerta

Di: Giuseppe Tornatore

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Non è che tutto fili via perfettamente liscio per tutta la durata della storia: ogni tanto senti che c’è una nota che stride e immagini che ci sia sotto qualcosa, ma i miei tentativi di indovinare non hanno mai portato a niente. Infatti il finale è stato veramente una sorpresa non da poco. Peccato che spezzi anche il cuore.

– Il film è fondamentalmente basato sui sentimenti del protagonista, che riescono a tenere in piedi l’intera storia. Non ci sono grosse scene di azione e la tensione è poco esplicita. Nonostante questo, l’atmosfera è a tratti quella di un thriller, e riesce a mantenere alta l’attenzione e la curiosità.

Perché no:

– Il regista è evidentemente italiano. Il cast è evidentemente inglese (o quantomeno anglofono). In tutto questo, ho passato circa due ore a cercare di capire in che città abbia luogo la vicenda, senza riuscirci minimamente. Probabilmente è una scelta precisa del regista, ma la curiosità rimasta insoddisfatta mi infastidisce.

– A me questa cosa del giovane figo che fa il robivecchi o il riparatore di cianfrusaglie è sembrata una cattiveria. Posso assicurare che, se va bene, nella realtà questi negozi sono in mano a signori occhialuti sulla sessantina con un italiano decisamente opinabile.

Tekkonkinkreet – Soli contro tutti

Di: Michael Arias

Visto con un ritardo di: 7 anni

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Trattasi di cartone animato giapponese che si discosta parecchio da quello che mi è capitato di vedere finora. Non sono assolutamente un’esperta del genere, ma non conosco un altro anime così esplicitamente violento, cupo e volgare. Tra le altre cose, il film mostra un Giappone brutto e sporco, e lo fa senza nessuna vena poetica o fiabesca (sto pensando all’inquinamento e alla sporcizia in fondo al mare in Ponyo… ecco, qui siamo a millemila chilometri da lì).

– Combattimenti, sangue, bambini volanti, bambini speciali, visioni, mafia e buoni sentimenti. In mezzo a questo popò di contenuti, però, la morale del film è inequivocabilmente la seguente: vivere in città è una merda, andiamo tutti a vivere al mare. Come non essere d’accordo.

Perché no:

– I fondali della città e le ambientazioni in genere sono notevoli, ma ho trovato veramente brutti i personaggi e la loro animazione. Sono solo gusti, ci mancherebbe, ma questo è il mio blog e qui decido io. Brutti brutti, poveretti.

– Per un film che filosofeggia su questioni piuttosto importanti come l’ammore, la fratellanza e la battaglia tra bene e male, devo dire che il tutto mi ha lasciata piuttosto indifferente, nonché leggermente annoiata. E io sono quella che lacrima per praticamente qualsiasi cosa, eh.

Le vite degli altri (Das Leben der Anderen)

Di: Florian Henckel von Donnersmarck

Visto con un ritardo di: 7 anni

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Il protagonista è l’attore monoespressione più espressivo che abbia mai visto, nonché sosia di Kevin Spacey. A parte queste caratteristiche da fenomeno, l’ometto in questione è di per sé già ragione sufficiente per scegliere di godersi il film.

– È tutto molto umano, a partire dal ministro infatuato fino al protagonista e ai suoi comportamenti, scostanti ma credibili. Tutto ciò che di politico c’è a fare da sfondo a questa umanità è chiaramente mostrato e presente, ma non ha quasi mai i riflettori puntati addosso.

– La giacca del sosia di Kevin Spacey mi ha ricordato molto le giacche a vento che mettevo io per andare a far castagne quando ero alle elementari. Questo, insieme all’atmosfera grigia e ai palazzoni sovietici, costituisce una scelta estetica molto gradita.

Perché no:

– Non so se sia una questione tecnica, ma l’impronta tedesca è per qualche motivo riconoscibile a prima vista. Purtroppo anche qui tutto ha quel je ne sais quoi da telefilm trasmesso all’ora di cena, e mi aspettavo di vedere saltar fuori Rex da un momento all’altro. Il fermo immagine del fotogramma finale, poi, ha completato l’opera (tanto per capirci, la cosa succedeva anche ne L’onda… ‘sti tedeschi proprio non hanno fantasia).

V per Vendetta (V for Vendetta)

Di: James McTeigue

Visto con un ritardo di: 8 anni

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Finalmente ogni anno il 5 novembre potrò scrivere anche io su tutti i socialini “Remember remember the 5th of November”. Cominciavo a sentirmi esclusa.

– Effettivamente la ribellione contro la dittatura è sempre un tema bene accetto. L’attenzione messa sulla paura e sulla necessità di sconfiggerla però è quello che ha colpito più nel segno, per quanto mi riguarda.

Perché no:

– Ho vissuto di nuovo le stesse sensazioni che mi aveva dato Watchmen: tante cose belle e interessanti inframezzate da dei momenti di una pallosità mai vista.

– Ci ho messo solo 8 anni a dare una seconda chance a questo film, per soddisfare il tarlo del perché piacesse a tutti quando io avevo invece deliberatamente dormito per tutta la sua durata durante la visione al cinema. In realtà il tarlo mi è tuttora rimasto, qualcuno mi spiegherebbe l’entusiasmo per cortesia? Indubbiamente è girato molto bene e ha i suoi pregi, però credo proprio di non capire.

2001: odissea nello spazio

Titolo originale:  2001: A Space Odyssey

Di: Stanley Kubrick

(Ri)visto con un ritardo di: 45 anni

In: inglese

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Perché sì:

– Ora ho capito a cosa si sono ispirati per i silenzi e i battiti cardiaci (nonché la musica classica) dei primi episodi di Alien: alle lunghissime scene in cui non c’è un suono al di fuori del respiro dell’astronauta e ai silenzi prolungati e inquietanti che qui riescono a fare molto più di quanto avrebbero fatto mille rumori o musiche.

– Basta pensare che questo film è del 1968 per capire molto bene perché Kubrick viene considerato un genio: la visione fantascientifica che non fa per niente rimpiangere i film attuali. In più c’è un uso delle geometrie fenomenale, cosa che a me fa sempre andare in brodo di giuggiole.

– La tecnologia, il suo uso, l’evoluzione, il dominio sulle altre specie, bla bla bla. Ci sono 45 anni di analisi su queste cose, non c’è bisogno che le scriva io qui. Però sicuramente ho apprezzato le modalità narrative: il messaggio è allo stesso tempo profondo e chiaro, nonostante venga fatto passare in maniera poco ortodossa.

Perché no:

– Un professore che fa vedere questo film ai suoi alunni delle medie è un genio che tenta di allargare le vedute di menti ancora acerbe o un pazzo che butta via 2 ore e mezza della vita di un’intera classe? Per quanto mi riguarda, a 12 anni di tutto il film mi era rimasto impresso poco più dell’immagine di una scimmia che agita un osso. Probabilmente ci sono molti altri film intelligenti e stimolanti da far vedere a dei brufoli ambulanti, con qualche risultato in più.

– È vero, poco sopra ho scritto che il messaggio è facile e comprensibile, però devo fare una postilla: lo è fino a circa tre quarti del film. Poi inizia il trip di laser colorati in stile Gardaland e da lì tutto per me diventa più criptico, nonché un po’ palloso. Non mi fraintendete, la camera da letto futuristica arredata alla Luigi XIV con in mezzo una navicella spaziale è qualcosa che al Salone del Mobile si possono solo sognare, ma devo ammettere che, interior design a parte, ero un po’ perplessa.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati*** HAL ha il controllo delle capsule, giusto? Evidentemente sì, visto che uccide il primo astronauta giocandoci a pallavolo con i braccini meccanici. C’è una cosa che non mi è chiara, allora: perché permette al protagonista di rientrare, e non usa la capsula contro di lui? Mi sembra che si faccia fregare un po’ troppo facilmente, per essere uno dall’intelligenza veramente perfida e con il controllo su tutte le singole parti dell’astronave.

Zero Dark Thirty

Di: Kathryn Bigelow

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Minchia, che film. Lasciamo perdere per un attimo se sia fedele alla realtà, propagandistico, filo-americano, a sostegno della tortura. Concentriamoci solo su una cosa: minchia, che film.

– La protagonista è una donna non appartenente all’esercito. E già questo, nel contesto della CIA che dà la caccia a Osama in Pakistan, non è una cosa da poco. In più, si tratta di una donna sola. Non c’è mezzo accenno alla sua vita privata e men che meno a quella sentimentale, se non quando dice di non averne una. Tutto questo ha senza dubbio delle sfaccettature tristi, che vengono evidenziate in vari momenti e in particolare nel finale (minchia, che finale).  Ma io, in quanto fragile donna nevrotica col terrore della solitudine, non posso che ammirare una donna “qualunque” che riesce a vivere da sola in un posto e in una situazione simili. Ovviamente non si sa con certezza se il personaggio sia ispirato a una persona reale o meno, ma se lo è fatemela conoscere.

– Brava la regista che non ha messo nessuna scena di festeggiamento e di giubilo alla riuscita di una missione. Avevo appena finito di dire che hanno rotto le scatole, ma per fortuna questo non è quel tipo di film. Qui la reazione nella stanza dei bottoni è data semplicemente dal silenzio e dall’emozione della protagonista.

– In generale io ho avuto l’impressione che tutto venga raccontato senza cercare di dare dei giudizi: sia i vari attentati kamikaze, che sono ritratti in maniera delicata ma allo stesso tempo violenta e devastante, sia la determinazione degli USA nel portare avanti la loro ricerca con qualsiasi mezzo. È chiaro che non si tratta di un documentario, ma da lì a farlo passare per un film di propaganda ce ne passa. Altrimenti, a occhio e croce, un delegato governativo non direbbe esplicitamente che la CIA aveva in precedenza fatto una gran cazzata inventandosi le armi di distruzione di massa in Iraq.

– Ok, visto che in effetti occupa una bella fetta di film, parliamo di questa storia della tortura: nel film c’è ed è esplicita. Nella realtà c’è stata? Sì. È davvero servita ad ottenere informazioni importanti per la cattura di Bin Laden? Non lo possiamo sapere, ma è altamente probabile. Ammettere questa cosa e, di conseguenza, inserirla in un film sulla cattura di Bin Laden vuol dire sostenere l’uso della tortura? Non credo proprio. Ciao.

Perché no:

– Tutta l’operazione militare finale portata a termine dai SEALS è davvero girata in maniera notevole: le immagini a infrarossi, i laser dei fucili che vagano e i marine che chiamano sottovoce gli uomini che stanno cercando sono a dir poco emozionanti. Quindi non è certo un vero punto a sfavore, però io, magari perché avevo già due ore di film sulle spalle, ho avuto un calo di tensione e ho di gran lunga preferito tutto il resto del film.

– Il fatto che il personaggio principale debba farsi valere in un mondo decisamente dominato dagli uomini (e non parlo del Pakistan, parlo della CIA) è ovviamente più che plausibile. Lei che fa la dura e conquista il capo supremo con una frase veramente idiota, però, è una gran caduta di stile e un cliché piuttosto scadente.

Lincoln

Di: Steven Spielberg

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– Se in una qualsiasi sera settimanale mi sorbisco due ore e mezza di dialoghi per lo più basati sulla politica e non parte neanche una bestemmia, qualcosa vorrà pur dire. In effetti questo film si lascia guardare volentieri, grazie al ritratto che fa di una politica che magari non è pulita o cortese, ma è vera ed è portata avanti per degli ideali. In periodo pre-elettorale tutto questo però mette una tristezza indescrivibile (per contrasto, ovviamente).

– Lincoln è per gli americani una figura quasi divina, praticamente intoccabile, ma di lui sapevo ben poco oltre a come è morto. Il tema del film però non è né la biografia del presidente né la sua morte (trattata di sfuggita e dal punto di vista del figlio più piccolo), bensì lui come persona e una parte molto specifica del suo operato politico. Una scelta che ho apprezzato particolarmente, anche perché sia l’aspetto familiare e personale che quello professionale vengono approfonditi nella giusta misura.

Perché no:

– Fermo restando che Lincoln è, appunto, una figura molto cara agli americani e decisamente importante nella loro storia, mi sembra che Spielberg si sia lasciato un po’ prendere la mano. Se cerco una parola per descrivere la regia di questo film mi viene in mente soltanto “tronfia”. Capisco il trasporto, ma certe inquadrature vanno ben oltre il concetto di rispetto o di solennità e sfociano nella stucchevolezza.

– Purtroppo ho visto il film in italiano (non aggiungo altro perché sarebbe come sparare sulla croce rossa), ma sono convinta che Daniel Day Lewis abbia fatto un lavoro pazzesco, come giustamente si legge ovunque. Ho trovato invece altre parti della recitazione piuttosto teatrali e intonate alla regia, soprattutto per quanto riguarda la moglie. Magari anche qui c’è lo zampino del doppiaggio, non lo so, ma mancava solo che si strappasse le vesti, ‘sta donna.

Django Unchained

Di: Quentin Tarantino

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– Dai, non ve lo devo certo dire io perché Tarantino va visto. A me quest’uomo fa impazzire perché ha la sua idea di cinema. Certo, attinge clamorosamente da mille altri generi e registi ma riesce sempre a farli suoi e a rendere personale e riconoscibile il suo lavoro. La violenza sfacciata al punto da diventare meno realistica e a volte poetica, l’esagerazione quasi cartoonesca degli atti eroici, la netta suddivisione in buoni e cattivi, l’ironia dove pochi altri avrebbero il coraggio di usarla, le scene curate in modo maniacale e di una bellezza mozzafiato (il sangue che spruzza sul cotone e le serve che apparecchiano la tavola, per dirne due a caso), i personaggi elaborati, credibili e comprensibili.  Insomma, a me basta guardare per raggiungere uno stato di esaltazione in cui mi capita di trovarmi in pochi altri casi.

– La musica è come sempre caratterizzata da scelte azzardate ma azzeccatissime. Qui c’è una canzone cantata da Elisa, per capirci. Sì, quell’Elisa, quella che canta molto bene ma quando la senti in un’intervista ti sembra di sentire parlare una contadina analfabeta triestina. Ecco, stiamo parlando di un film western di Tarantino con Leonardo DiCaprio e Samuel L. Jackson con una canzone di Morricone cantata in italiano da Elisa. Capite quanto è geniale quest’uomo? Lo capite?

– Anche sulla bravura degli attori di certo non posso dire niente che non sia già trito e ritrito, quindi aggiungo solo che DiCaprio coi denti marci è un tocco di classe che mi è piaciuto moltissimo.

– Ero un po’ confusa, avevo visto un paio di anni fa la versione giapponese di Django (con comparsata di Tarantino) e credevo fosse l’originale. Mi aveva fatto abbastanza ribrezzo, tra l’altro. Scopro ora che, ben prima, c’è stato un western con Franco Nero chiamato Django, anche se c’entra poco con questo. Come scopro ora che Alexandre Dumas era mulatto. Insomma, Quentin mi educa, a modo suo.

Perché no:

– Notoriamente ho dei problemi coi capelli di Jamie Foxx, di cui ho già parlato nella mia primissima scheda (mi sta scendendo una lacrimuccia, sappiatelo). Qui mi ha fatto ben sperare la capigliatura afro iniziale, peccato sia durata poco.

– A me la moglie da salvare è stata sulle palle. So che tutto il film è basato sul folle amore di Django che sfida qualunque ostacolo per ritrovarla, ma lei mi è stata sulle palle. Un po’ perché l’attrice non mi ha del tutto convinta, un po’ perché mi è sembrato un personaggio decisamente poco straordinario, sia nei ricordi di lui che nelle evoluzioni della storia, e che quindi venisse a mancare la credibilità di tutto questo fervore. Ma immagino che in realtà tutte le principesse da salvare della storia dell’umanità non fossero altro che semplici donne come tante altre, dopotutto.

– Quasi tre ore di film. Giusto perché sei Tarantino, eh, sappilo.