Archivi tag: Ossessione

Reality

Di: Matteo Garrone

Visto con un ritardo di: meno di un anno!

In: italiano

IMDb

Perché sì:

– I luoghi in cui si svolgono le scene del film sono una componente importante per capirne i protagonisti. La carrellata iniziale che mostra gli interni della casa e suoi abitanti è davvero affascinante, e va a contrapporsi alle scene finali che si svolgono in un’altra, di casa. L’abitazione viene chiaramente ritratta come un luogo di ritrovo per la famiglia allargata: che sia per le chiacchiere tra donne in cucina o per lo schieramento davanti al programma in prima serata, tutto si vive e si attraversa insieme, condividendo gli spazi quotidianamente. E insieme si visitano gli altri luoghi, come il centro commerciale e il parco acquatico. Tutte ambientazioni particolarmente funzionali e in sintonia con la storia in questione.

–  La regia è piacevole e azzeccata. Lo è per esempio nello sfocare le immagini sullo sfondo quando il protagonista si sente osservato, rendendo perfettamente l’idea della confusione e dell’allucinazione, o nel descrivere lo sfarzo e l’ostentazione del matrimonio. Insieme a una serie di attori davvero capaci (il protagonista in primis), Garrone è decisamente riuscito in modo semplice e senza troppe pretese a creare qualcosa da guardare con piacere.

– La Napoli popolare, il kitsch, il cibo, la famiglia,  le strade e le piazze, il dialetto… mi è venuta improvvisamente voglia di pizza fritta.

Perché no:

– La seconda parte della storia purtroppo non si sviluppa in modo da rimanere al livello della prima, a mio avviso. L’idea dell’ossessione è senz’altro interessante ma la perdita di contatto con la realtà sembra onestamente esagerata, diventando con ogni trovata e sviluppo nella trama un po’ meno credibile e un po’ più irritante.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati*** È abbastanza paradossale che un uomo totalmente ossessionato dal Grande Fratello e dall’apparire nel programma per diventare famoso, una volta riuscito a entrare nella casa sia come un fantasma, si aggiri per lo studio e le stanze per svariati minuti senza essere notato da nessuno. Ero pronta a un finale veramente tragico, che non è arrivato. Sicuramente la conclusione è comunque amara e lascia aperte diverse strade e interpretazioni, però credo che avrebbe potuto essere molto più incisiva.

The Prestige

Di: Christopher Nolan

Visto con un ritardo di: 6 anni

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– È come vedere Inception, ma ambientato a Londra nell’800. In questo caso, però, ho trovato il tutto più comprensibile e meno involuto. Ho addirittura capito fino in fondo gli intrecci della trama (salvo magari qualche dettaglio qua e là, ma vista la natura della narrazione mi sembra normale) e mi sono concentrata più su quelli che non su quanto i miei occhi vedevano, cosa che invece non è successa con l’altra opera di Nolan in questione, dove a un certo punto ho clamorosamente perso il filo e mi sono semplicemente goduta lo spettacolo.

– Le svolte inaspettate sono molte, e la capacità di narrare gli eventi seminando dubbi qua e là e facendo crescere la curiosità di vederli risolti è davvero eccezionale. Ma in fondo si parla di Nolan, quindi la cosa non è una novità.

– Le storie d’amore hanno il giusto peso (importante ma non eccessivo) nell’arco della storia. La vera protagonista è ovviamente l’ossessione, la necessità di avere la meglio sull’altro, la competizione accanita che cresce in un uomo col passare degli anni. Vederla emergere dai personaggi e dai loro comportamenti, apertamente o in modo subdolo, è piuttosto inquietante.

Perché no:

– Per quanto mi riguarda, il fatto che il racconto mi abbia coinvolta nonostante ruoti intorno a degli illusionisti non può che essere segno di grande abilità narrativa. Perché in fondo la professione dei protagonisti mi sembra detrarre serietà alla storia. Capisco che data l’ambientazione vengano considerati stimati professionisti e trattati alla stregua delle rock star di oggi, ma non riesco a pensare a dei personaggi che potrebbero essere meno interessanti o più buffi ai miei occhi. Tutta questa foga e competizione nel mondo della magia mi fa sorridere quanto un racconto in cui Topolino cambia le sorti del mondo. E poi non posso farne a meno, guardo loro e penso a lui.

– Magari le rivelazioni finali sono un po’ troppo elaborate e poco credibili, è vero, ma non è questo il punto. Sì, mi è sembrato di trovarmi davanti a indovinelli della risma di “un uomo entra in un ristorante, ordina carne di gabbiano, la assaggia e si uccide”, e di dover cercare le spiegazioni più assurde partendo da una storia apparentemente semplice. Però non è neanche questo a infastidirmi. È solo che a un certo punto la cosa prende una piega un po’ fantascientifica. E la svolta in questione mi ha un po’ delusa, perché l’ho trovata fuori luogo e stonata.

La donna che visse due volte

Titolo originale:  Vertigo

Di: Alfred Hitchcock

Visto con un ritardo di: 54 anni

In: inglese

IMDb

Perché sì:

– C’è poco da dire, Hitchcock è sempre Hitchcock. Devo dirlo io che inquadrature, effetti e suspence sono vicini alla perfezione? No dai, lo sapete da soli.

– La trama della prima parte del film è un casino. Suspence, intrighi, amanti e chi più ne ha più ne metta. Poi, quando ti aspetti che la seconda metà vada man mano a spiegare tutto e a svelare la soluzione nel finale, senza preavviso un personaggio racconta per filo e per segno come stanno le cose. E tu rimani lì come una fessa a guardarti la seconda parte, pensando che è quasi totalmente un altro film, un film che racconta di un’ossessione molto umana che rende un uomo totalmente vulnerabile.

– L’impressione, una volta arrivati alla fine, è di essere stati talmente intenti a capire e seguire la trama, che forse ci vorrebbe una seconda visione per apprezzare tutto il resto e non lasciarsi sfuggire nessun dettaglio.

Perché no:

– Minuti e minuti di pedinamenti. Io capisco la necessità di creare suspence e farci conoscere le abitudini della protagonista attraverso gli occhi di chi la segue, creandovi attorno un alone di mistero. Però siccome lo specchietto retrovisore tendo ad usarlo, se un uomo in macchina mi segue per giornate intere a distanza di non più di pochi metri, non so, credo che un sospetto o due mi verrebbero.

– Ok, è un film del ’58. Però di effetti molto belli e usati bene ce ne sono, uno su tutti l’apparizione di lei nell’aura verde della luce al neon stampata sulla retina del protagonista. Era veramente necessaria la sequenza psichedelica del sogno di lui, che pare un cartone animato Disney degli anni ’60?

– Il personaggio dell’amica innamorata ha un suo senso, indubbiamente, per definire e articolare meglio il protagonista grazie ai dialoghi tra i due. Però il fine non giustifica i mezzi, e questi benedetti dialoghi non possono essere delle didascalie messe lì ad uso e consumo dello spettatore. Come dire, un minimo di dignità sarebbe gradita. Per esempio, se un amico di vecchia data che vedo quotidianamente mi chiedesse “Ma noi non siamo stati insieme quando eravamo all’università?”, credo che penserei immediatamente al coinvolgimento di Alzheimer o droga. O entrambi, chissà.