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Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera

Di: Kim Ki-Duk

Visto con un ritardo di: 9 anni

In: coreano, fortunatamente sottotitolato

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Perché sì:

– Un regista che conosco vagamente vince a Venezia e io col mio solito tempismo anziché vedere il film con cui ha partecipato vado vederne uno che porta la sua firma, ma di 9 anni prima. Dopo che tra l’altro in passato due opere sue (Ferro 3 e L’arco) non mi sono neanche piaciute così tanto. Sono sicura che in qualche modo tutto questo abbia un senso, ma al momento mi sfugge.

– Quando i film che raccontano storie d’amore lo fanno con occhio cinico, io di solito apprezzo molto. Non so cosa questo dica di me, ma è così. In questo caso poi, forse per il tenore e i temi del film, non me l’aspettavo, cosa che ovviamente ha aumentato il gradimento.

– Gli elementi religiosi e filosofici descritti nel film si sposano molto bene con il senso estetico del regista e con i luoghi in cui è ambientata la vicenda. La ricerca della pace interiore tramite l’isolamento, e l’allontanamento dal mondo e da tutti i valori corrotti di cui è impregnato, vengono descritti in modo affascinante per qualcuno che come me va in crisi di astinenza dopo due ore di lontananza dal suo cellulare.

– Gli animali hanno un ruolo sicuramente importante. Ne compaiono diversi, che assumono significati differenti (presumo, come spiego sotto), ma l’idea di base del rispetto per ogni essere vivente è fondamentale nell’arco del racconto, ed è qualcosa che a mio avviso non è mai ribadito abbastanza.

Perché no:

– Ci sono indubbiamente molte cose che mi sono sfuggite di questo film, soprattutto per quanto riguarda il simbolismo, che è presente in abbondanza ma è decisamente legato a una cultura e a una religione a me poco familiari. Mi sono fatta una mia idea, per esempio, del significato di alcuni degli animali presenti, ma ho il sospetto che partendo dalla concezione orientale di questi ultimi (vedi l’astrologia cinese, per dirne una) potrei scoprire di avere sbagliato tutto o di essere stata estremamente miope. È un peccato non avere gli elementi necessari per capire fino in fondo.

– Credo di avere qualche problema con questo regista, ormai l’ho capito. Capisco che ci sia molto di apprezzabile nei suoi lavori, però allo stesso tempo non riesco a farmi piacere del tutto un suo film. In parte subentra la noia, in parte il fastidio per l’eccessivo sforzo estetico, in parte mi sembra che a tratti ci sia una punta di ridicolo in tutto questo filosofeggiare. Ma forse, un po’ come nel caso di Jiro, il problema è semplicemente che io sono solo una povera ingenua occidentale.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati*** Un esempio su tutti di qualcosa che non mi è andato a genio: passi la maggior parte del film a cercare di farmi assimilare concetti molto profondi quali la ciclicità dell’esistenza, il rispetto di ogni forma vivente, la superiorità della conoscenza e della saggezza sulle cose materiali… e poi a un tratto, senza nessuna ragione apparente, te ne salti fuori con la telecinesi e le arti marziali? Dire che mi è sembrata un’immensa caduta di stile è dire poco.

Il cigno nero (Black Swan)

Di: Darren Aronofsky

Visto con un ritardo di: 2 anni

In: inglese

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Perché sì:

– Normalmente è già tanto che io sappia di chi è la regia di un film: ho capito relativamente di recente che sapere chi sta dietro la cinepresa non è una cosa così secondaria. Aronofsky però da sempre è stato una delle eccezioni, e due anni di ritardo nel vedere Black Swan sono troppi.

– La fisicità scricchiolante della protagonista, nella realtà e nella sua mente, è messa in primo piano in modo deciso e allo stesso tempo subdolamente efficace. Tutti gli accenni a un fisico sul punto di cedere riescono a insinuare un senso di disagio, di dolore, di qualcosa di non controllabile  E aprono in modo molto abile la pista a quello che subentra dopo, cioè lo scricchiolio della mente.

L’ultima scheda che ho fatto era su un film, seppur decisamente diverso, in cui il ruolo invadente dei genitori era alla base di tutto. Qui il rapporto con una madre dalla presenza a dir poco ingombrante è sicuramente uno dei nodi da sciogliere nella mente della protagonista per capire quello che sta succedendo. Poi ci si chiede perché la gente non faccia figli.

Perché no:

– Bastano dieci minuti di film per capire che le immagini riflesse saranno il tema principale. Dopo altri cinque, l’uso del bianco e del nero fatto dal regista è bello che assimilato. Diciamo che il simbolismo viene sfruttato senza ritegno, fino a rasentare un’ovvietà che mi ha decisamente delusa.

– La mancanza di un personaggio del tutto negativo personalmente non mi ha convinta, anche se  potrebbe essere considerato un punto a favore del film, a seconda dei punti di vista. In ogni caso la mamma, la rivale, il direttore della compagnia camminano sul filo, passano da una parte all’altra del limite che divide il bene dal male, probabilmente a sottolineare il concetto che l’unico nemico vero del cigno bianco è il cigno nero dentro di lei. Cosa che sinceramente era già abbastanza chiara.

– Io avrei voluto più Winona, perché la sua parte sembra troppo strumentale e poco integrata col resto. Ma anche solo per affetto, perché parliamo pur sempre di Winona.

The Artist

Di: Michel Hazanavicius

Visto con un ritardo di: meno di un anno

In: inglese

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Perché sì:

– Potrebbe sembrare che l’aver fatto un film muto in bianco e nero sia metà dell’opera, nel senso che una trovata del genere attira ovviamente l’attenzione anche solo per la sua originalità. Io credo che non sia una scelta così semplice od opportunistica, e che il rischio di creare qualcosa di inguardabile fosse parecchio alto. Invece il film riesce a richiamare elegantemente un genere dimenticato e a ridargli dignità. Inoltre, l’uso del suono unicamente in due momenti del film è molto incisivo, soprattutto se paragonato alle musiche che fanno da sottofondo a tutte le altre parti.

– C’è simbolismo in ogni dove. Ci sono accenni, dritte, suggerimenti. È un simbolismo semplice da identificare, senza pretese di nessun tipo, usato esplicitamente per aiutare a percepire le sensazioni e le atmosfere senza che la parola sia coinvolta.

– Diverse scene colpiscono per il forte senso estetico o per le geometrie che vengono esaltate, complice il bianco e nero. Elenco brutale di quelle che mi vengono in mente al momento: la protagonista che amoreggia col frac, il protagonista che beve sullo specchio, le scale dove si scambiano il numero di telefono viste da lontano, le sedie dell’intervista al ristorante.

– Voglio tutti i vestiti della protagonista. Tutti, ho detto.

Perché no:

– Forse è solo la mancanza di abitudine al muto, ma in alcune parti la recitazione dà l’impressione di essere un po’ troppo calcata, di dar vita a un caricatura più che a una descrizione realistica.

– ***Qui c’è uno spoiler, se leggete poi non rompete le palle, io vi ho avvisati***  Non ho colto che lui fosse straniero fino alla battuta finale. Il nome non era un indizio sufficiente, ma forse questa poca chiarezza era voluta. A dirla tutta, questo dettaglio rende tutto il resto della vicenda un po’ meno drammatico, quasi comico. La storia avrebbe funzionato anche reggendosi sul fatto che lui venisse semplicemente considerato a fine carriera perché inadatto al suono.

Symbol

Di: Hitoshi Matsumoto

Visto con un ritardo di: 2 anni

In: giapponese/spagnolo (sottotitolato, che vi credete?)

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Perché sì:

– C’è un’interessante suddivisione del film in tre fasi: Learning, in cui un uomo-bambino impara, inizialmente senza capire. Practice, in cui un adulto inizia a conoscere il mondo, e a rendersi conto che ogni cosa che fa incide sugli altri anche senza che lui lo sappia. Future, in cui l’uomo è padrone del destino.

– Io sono di parte per qualsiasi cosa riguardi il Giappone, ma la comicità nipponica del film con tanto di mimica facciale e caratteristico tono di voce, nonché le fantasie cartoonesche del protagonista che si vede come un figo disumano (molto poco orientale, manco a dirlo), sono fantastiche.

– Soprattutto la prima parte è visivamente molto bella, sia nel suo minimalismo surreale giappo che nel casino messicano, e l’assurdità del simbolismo è paradossalmente intrigante (vedere il trailer qui sotto per farsi un’idea).

– Se un tuo amico che fa il direttore della fotografia si spertica in lodi di un film, tu lo vedi.

Perché no:

– La storia parallela ambientata in Messico, per quanto visivamente appagante e con un tocco che ricorda un po’ Tarantino, è del tutto inutile. Andrà a intrecciarsi con la storia giapponese, ma solo per poco. Non si capisce perché non potesse essere breve alla stregua delle altre storie simili che appaiono nella seconda parte del film.

– La suddivisione è sbilanciata, e la seconda parte ne perde perché la prima è molto più dettagliata. Personalmente, credo che se la seconda parte fosse stata sviluppata bene quanto la prima e alla storia messicana fosse stata data meno importanza, il film ne avrebbe guadagnato parecchio.

– Gli effetti speciali nella seconda parte sono degni di un video di MTV degli anni ’90, per qualche motivo incomprensibile visto che il film è recente e la produzione sembra essere decisamente importante.